Un racconto, "L'arte del volo"

China

L'arte del volo

Volare sopra le pagine, tra le righe di un componimento. Volare oltre l'orizzonte, tra libertà e cielo. Volare al di sopra della sofferenza, oltre la solitudine e il tedio di una vita inutile. Volare attraverso se stessi riconoscendone l'essere. Volare è una questione di leggerezza e di virate ardite. La meccanica non c'entra.

Il signor ** era un aviatore. Mai aveva messo piede in un aeroporto, eppure in cuor suo sapeva che non esisteva un pilota suo pari. Di motori non si intendeva, non conosceva la fisica, la meteorologia, la meccanica. Non aveva neppure mai visto un aereo dal vero. Non aveva letto dei libri, non aveva fatto ricerche. Nel tempo che il suo lavoro di impiegato gli lasciava, il signor ** evocava le eccezionali imprese che nel petto gli si agitavano. Altro che il Barone Rosso, altro che gabbiano Jonathan Livingston! E non c'erano segreti che il tempo non gli avesse dischiuso, né sogno che non si fosse svelato come un paesaggio dalla carlinga del suo apparecchio.
Abituato alla riservatezza, il signor ** non aveva mai fatto parola di questa passione. Seduto in poltrona dopo il lavoro, le mani poggiate sulle ginocchia, i piedi nelle pantofole scure, una coperta addosso nella brutta stagione, passava le ore a ripassare la sua identità. La soppesava con modesto orgoglio, la sentiva gonfiarsi nell'anima lenta come un aerostato: dondolandosi piano saliva fino alla mente dove, preda dei venti di tempesta, avrebbe sfidato i dubbi e le incertezze di una desolata umanità in attesa per planare serena lontano dalla miseria del giorno. Passavano ore leggere, cadeva la sera rossa e sfrangiata contro le nuvole che si intravedevano dalla persiana abbassata, fino all'ora di cena. D'estate, un coro di grilli lo accoglieva poco più tardi, quando la luna aveva da poco alzato la testa nella chiara notte sospesa.
Si fregava le mani, il signor **, di ritorno da questi viaggi in solitaria, tranquillamente, senza superbia: tornava al lavoro con la modestia di chi è destinato a grandi imprese suo malgrado e non proferiva verbo. Spesso, quando i colleghi lo trattavano distrattamente, lui sorrideva appena, ricordando che lì, tra quella gente superficiale, si aggirava il più grande aviatore del mondo. Solo: era solo, ma con sé portava la certezza che lo sosteneva e gli dava vigore in quei ritorni frettolosi a casa, in quelle domeniche passate a riannodare vecchie figure, in picchiata feroce contro la terra nemica che dopo ogni volo lo riportava di nuovo seduto. Quando pioveva, ripassava una ad una le precauzioni da prendere per non dover rinunciare alla sua nuova avventura; quando era bel tempo si limitava a scegliere una meta e poi via...
Un giorno i colleghi d'ufficio erano molto agitati: una sorta di eccitazione, quasi una primavera o una febbre fuori stagione li aveva colpiti. Il signor ** non sapeva niente e a fatica riuscì a capire di cosa si trattava. Pareva che la Direzione Generale del loro ufficio avesse deciso di espandere la sua attività in nuovi settori; c'era bisogno di allestire una nuova sede in una città non troppo vicina. Il Direttore aveva riunito gli impiegati e aveva fatto un discorso in cui aveva spiegato che, per risparmiare tempo, lui e un paio di persone esperte scelte tra il personale dell'ufficio avrebbero preso tra un settimana un volo per la città dove dovevano organizzare la nuova sede.
Un mormorio di attesa suggellò questo discorso: chi sarebbe stato tra i prescelti? E con quali criteri? Cominciarono a guardarsi di sottecchi, durante il lavoro, facendo tra sé e sé mille ipotesi e mille recriminazioni. Il signor ** non partecipava a tanto rumore: lui non aveva interesse a volare, né a cambiare città -aveva già il suo bel daffare a gestire la sua immensa coscienza di aviatore! Certe volte gli prendevano dei batticuori improvvisi e si ritrovava senza fiato, sudato, malconcio, di ritorno da una delle sue avventure: si asciugava la fronte madida per l'emozione e per l'onore che il suo coraggio aveva anche stavolta testimoniato, muto, a se stesso.
Aveva quasi dimenticato la faccenda della nuova sede quando il Direttore, un giorno dopo l'inizio dell'orario d'ufficio, lo convocò per una comunicazione importante. In virtù della sua anzianità, gli annunziò il Direttore pomposamente, la Direzione Generale aveva ritenuto, lui, ** in persona, l'elemento più valido da inviare insieme al Direttore e a un collega per avviare il nuovo ramo di attività. Per dargli modo di preparare al meglio il lavoro da svolgere, il Direttore gli aveva concesso di rimanere a casa nei giorni seguenti, raccomandandogli di farsi trovare all'aeroporto alle otto precise del lunedì mattina successivo. Il signor ** ringraziò appena del favore concesso, rintuzzò con la consueta modestia gli elogi della sua devozione al lavoro, schivò gli sguardi ammirati e invidiosi dei colleghi e si rimise a sedere alla scrivania in preda ad uno strano tormento.
Tornato a casa si sedette in poltrona e cercò di darsi al suo passatempo preferito, ma non ci riuscì. Tentò con un'impresa facile, la più banale a cui potesse pensare, ma non riusciva a partire. Tentò allora con un'impresa eroica, una di quelle in cui aveva dato maggior prova di valore. Niente da fare. La sua mente si rifiutava di alzarsi in volo -restava impantanata a terra, come incollata tra le masserizie di quella stanza disadorna, avviluppata, impastoiata, contaminata da chissà quale disattenzione.
Per la prima volta il signor ** si ritrovò scontento di sé: il suo onore era andato forse perduto? Forse che non rimaneva il più grande aviatore di tutti i tempi? Anche i grandi, pensò, attraversano di momenti di sconforto. Pur sollevato dal ricordo del suo consueto coraggio, se ne andò a letto e si gettò in una notte tormentosa di incubi in cui il suo aeroplano era preda dei più singolari incidenti. L'indomani si precipitò fuori dal letto e, senza essersi lavato, senza colazione, con la barba che cominciava a crescergli sulle guance, il signor ** volle mettersi di nuovo alla prova.
Si sistemò sulla poltrona, la coperta intorno alle spalle, la testa contro lo schienale, la persiana debitamente abbassata per filtrare il pallido sole che faceva capolino tra le nuvole di novembre, chiuse gli occhi e cominciò.
Cautamente cercò dentro di sé la consueta certezza: dov'era?, si chiese mentre già cominciava a sentire i primi smottamenti affannarsi nel petto. “Calma, ci vuole calma!”, si affrettò a ingiungersi il signor ** mentre ripeteva le manovre di emergenza. Un sentimento nuovo, uno spaesamento inconsueto si era fatto strada dentro di lui e gli minava qualunque certezza di sempre: le imprese rimpicciolivano di valore, scomparivano accanto all'ombra gigantesca di questo nuovo nemico che di ora in ora, di momento in momento approfittava della sua incertezza per gettare lampi di scherno sulle sue passata identità. Il nemico, era arrivato il vero nemico!
La scoperta confortò il signor **: si fermò un momento a pensare, rimase in ascolto, decise il piano d'azione, Stavolta l'avrebbe certamente colpito. Con il motore appena scaldato, le eliche in moto vorticoso ai lati della carlinga, partì. Si alzò deciso puntando direttamente al cielo, con un ardore e una voglia di vivere che non aveva mai sperimentato prima. Si rannicchiò tra le nuvole e aspettò che quel dubbio venisse a insidiarlo di nuovo. Lo inseguì tra i pensieri e i ricordi, spazzando con la sua foga il liquame che il dubbio e il discredito aveva gettato sulle sue imprese. Si arrotolò in una vite paurosa e con un'impennata da genio -uno scarto, un brivido appena- riuscì a scacciare il nemico.
Unico vincitore, si lanciò allora ad esplorare lo spazio assoluto che gli si apriva di fronte: scivolava tra pensieri vergini e altezze insondate, leggero, innocente, da asso quale era. Si ritrovò solo con il suo valore accanto, e non c'era nessuno che gli potesse far ombra. Aveva ritrovato se stesso ed era felice.
Passarono i giorni e il signor ** era sempre in poltrona, perduto tra le sue imprese, felice tra villaggi e colline, tra oceani e montagne innevate, spiegati laggiù come su una carta geografica abbandonata tra atlanti, libri di avventure, diari, ricordi. Il lunedì mattina il telefono squillò a lungo, ma il signor ** era in poltrona, un sorriso leggero, la testa reclinata all'indietro, e non rispondeva.

Tag argomento: