Un racconto, "La casa"

Pastello

La casa

Sorgeva leggermente staccata dalle altre, tra le ultime costruzioni del paese e la terra di nessuno al limitare del bosco. Era una casa massiccia, squadrata, di mattoni ricoperti di intonaco qui e lì scrostato, a chiazze a racemi, a mappe favolose di terre lontane che tutte portavano al tetto di tegole rosicchiate dalla pioggia e dal vento. Gli scuri erano verniciati di un colore indefinito che richiamava i sassolini ferrosi del cortile, dove stentate piantine cercavano la luce che pure si riversava in abbondanza sulla facciata. Una casa, normale, banale perfino, ma era quanto Gustavo aveva sempre cercato. Una casa solida, senza stranezze, in cui accendere il fuoco d'inverno e tenere gli scuri socchiusi d'estate e godere del silenzio che avvolgeva quella casa da così a lungo disabitata.
Fin dal momento in cui l'aveva vista, Gustavo aveva suddiviso le innumerevoli stanze che si snodavano fronteggiandosi lungo il corridoio centrale in stanze utili e stanze inutili e, per la sua metodica passione per i numeri pari, aveva organizzato una ritmica sequenza utile-inutile che avrebbe portato la sua impronta nella casa appena si fosse trasferito. In capo a una settimana le procedure burocratiche per l'acquisto erano state sbrigate e Gustavo si ritrovò davanti alla casa con le chiavi in mano e un cumulo di masserizie da sistemare. Con calma, fece e rifece innumerevoli volte il corridoio, sbuffò, si asciugò il sudore, ammassò pacchi ed involti e alla fine, affacciandosi da una finestra che dava sul fronte della casa, si accorse che non era rimasto più niente in cortile. Mentre si riposava seduto per terra, si accorse che non c'erano stanze lungo le pareti corte del corridoio, che risultava quindi l'unico asse di simmetria attorno al quale il costruttore di quella casa aveva esercitato la sua scarsa fantasia. Tutte le finestre davano o sul fronte o sul retro della casa e gli avrebbero permesso di godere di ogni ora di sole lungo tutta la giornata.
Giunta la sera, Gustavo si mise a dormire in quella che aveva destinato a camera da letto: una stanza spaziosa, aperta sul bosco che cominciava a perdere i suoi colori per stemperarsi nell'indistinto turchino prima delle tenebre. La mattina seguente Gustavo, senza aprire gli scuri della camera, si spostò di fronte, in cucina, dove già il sole si rifletteva sul pavimento ancora ingombro per il trasloco. La giornata era calda e ben presto fu necessario accostare tutti gli scuri; quando li riaprì era già pomeriggio inoltrato. Quale fu la sua sorpresa nel vedere che dalla finestra della camera da letto, esattamente come dalle altre che davano sul bosco, era già notte!
Non potendo credere ai suoi occhi, Gustavo fece il giro della casa, affacciandosi da ogni finestra: nelle stanze che davano sul davanti la luce stava diventando rossa e incerta come al tramonto, mentre di dietro mancava completamente. Era notte, era notte senza alcuna possibilità che fosse altrimenti. Davanti il tramonto e di dietro la notte! No, questo non poteva essere! Che razza di cose succedevano in quella casa? Come poteva essere che l'ordine delle cose fosse così alterato? Uscì in cortile e fece il giro della casa: nulla di strano, l'intonaco aveva preso una tinta rosata sia verso il paese sia verso il bosco, tutto normale. Tornò a casa e rifece il giro delle finestre, stessa sorpresa: il fenomeno si ripeté uguale. Luce e ombra, giorno e notte.
Gustavo se ne andò a letto sconvolto, seccato, imbarazzato di aver comprato una casa che non si rivelava uguale alle altre. Il giorno dopo, per prima cosa, aprì gli scuri della camera da letto e non notò niente di strano: era mattino, pioveva. Andò in cucina per fare colazione, trasecolò, fece cadere il caffè che stava bevendo da una tazzina fortunosamente recuperata dai pacchi non ancora sistemati. Dalla finestra entrava lo stesso sole glorioso della giornata precedente. Stessa corsa tra una finestra e l'altra, stessa sorpresa. Ma era tardi e Gustavo dovette uscire. Fuori era una bella giornata e niente lasciava pensare che sarebbe cambiata.
Tornato a sera, Gustavo se ne andò a letto senza riaprire quegli scuri che aveva precipitosamente chiuso la mattina, dopo la sua scoperta. Fu così per giorni: passava da una stanza all'altra, metteva in ordine quando aveva tempo e rimaneva ostinatamente indifferente alle stanze sul retro, in cui entrava a tentoni, fidandosi della luce che entrava di fronte. Un giorno, però, la luce non era sufficiente, pioveva forte e fu necessario aprire gli scuri posteriori per continuare la sua opera di colonizzazione. Una luce splendente invase le stanze sul bosco: quale contrasto tra il grigiore autunnale della cucina e il calore disteso delle stanze di fronte!
Su questa ulteriore contraddizione, Gustavo si mise a letto tirandosi le coperte sulla testa. Poi, preso da irresistibile curiosità, rimise il naso fuori e si sporse dalla finestra per godere del sole inaspettato. Bello, bellissimo, luminoso e caldo, altro che la pioggia insistente di quella fredda giornata! Si sistemò allora in corridoio per vedere meglio, a turno, il panorama da due finestre che si fronteggiavano. Vide sparire pian piano il sole tra gli alberi mentre, di fronte, una luce sulfurea accendeva i tetti del paese contro le nuvole basse che riempivano il cielo. Con il viso appoggiato ai pugni quando era stanco, vide le prime stelle da un lato e gli ultimi fulmini all'orizzonte dall'altro e si lasciò sorprendere dall'aroma di pino che si mescolava all'odore acre della polvere bagnata. Restò così a lungo, così a lungo che si scordò che quanto stava vivendo non aveva alcun senso. Restò così per ore, per giorni, poi per settimane, per mesi, per sempre, inestricabilmente avvinto nel dispiegarsi di stati contrari, incapace di decidersi se fosse notte, se fosse giorno, se piovesse o fosse bel tempo, se fosse vita o morte, la sua.

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